E poi mi dissero…

“Questa è la nostra canzone.”
“In che senso, scusate?”
“Dai, Nomade, la nostra canzone d’amore. Il nostro primo ballo lento, no?”
“La vostra canzone d’amore… Ma non è una canzone d’amore!”

Ecco perché, non molto tempo fa, mi soffermai a pensare, per l’ennesima volta, alla melodia e al testo. Sopravvivono l’una all’altro, per una qualche maledizione, come entità separate. La forma e il contenuto si dissociano, anche se solo per alcuni minuti. E ancora una volta lo fanno, senza rigore e senza morale.

Così, una volta tornato a casa, la riascoltai, prestando particolare attenzione al testo, come se non lo conoscessi.
“E no, cazzo! Questi vogliono ballare proprio su questa canzone… Ma nel giorno del loro matrimonio?! Troppa tristezza!”

Ma poi, come succede a volte, mi ritornò in mente un episodio simile.

Quella volta fui io a proporre una canzone per un lento. Nel giorno del suo matrimonio. E per me, quella era una canzone d’amore. Una canzone da “primo ballo lento”. Ma l’amore non più corrisposto è ancora amore? Merita la stessa attenzione del grande amore? Nobilita il contenuto, attraverso la sua nuova forma? La risposta ce l’ho, ovviamente. Eppure la proposi. E la ballai proprio con lei. Pensa tu. Con la sposa. Era un messaggio piuttosto chiaro, devo dire.

Passato prossimo, passato remoto e presente: che malinconica intersezione.
Manca l’ultima canzone. Facciamoci fregare ancora una volta dalla melodia.
Ma che sia l’ultima, questa volta.

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