Everybody’s got to learn sometime

Sono le 17, minuto più, minuto meno.
Passeggio per le vie di una città del nord, lontano da qualunque casa.

Siamo in pieno inverno; è sufficiente respirare il profumo della nebbia, per capire che siamo in pieno inverno.

(che tempo di merda: piove e c’è la nebbia)
Piove, ma le gocce sono fini, rade, poco convinte.
Sono poco convinte come i miei passi, che sostengono un braccio levato a salutare sorrisi che chiudono portoni.

Chissà che cosa pensa di me il libraio. Mi vede, sorride, magari pensa che sia una bella persona. Dentro e fuori, come mi disse Enea qualche tempo fa.

Finalmente i lampioni si inchinano, assieme alla loro luce così calda. Si inchinano e mi salutano. Finalmente qualcosa mi rispetta.
E siamo in pieno inverno.

Incrocio due occhi verdi, che non mi sarei mai aspettato di trovare quel giorno, in pieno e freddo inverno.
Sono gli occhi di un’attrice, a ben vedere.
Somigliano molto agli occhi di una famosa attrice, se non altro.

Sorrido, bevo una birra e scatto una foto.
Tutti sorridono, in verità: il cervello, il cuore, lo stomaco.

Siamo in pieno inverno ed io dovrei capire, tempestivamente, che non esiste situazione più chiara.
Chiara e conosciuta.

Siamo in pieno inverno e non dovrei fare altro che fuggire, da una qualunque situazione del cazzo simile a questa.
Proietto e vedo solo macerie e quindi non ci penso più.
Finisco di bere la birra e mi accontento, per qualche giorno, di quegli occhi verdi.

La mia memoria vacilla, oggi, mentre le foto si scolorano e, incredibilmente, i pezzi iniziano a cadere, le trame a cedere, le fondazioni a sgretolarsi.

E poi, finalmente, piango. Di gusto.

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