Ho visto qualcosa

Eccola lì. Torino. Ho lasciato la mia casa da qualche ora, e per il momento non mi manca.
L’autunno è clemente, la città è colorata, il traffico viaggia insieme alla mia musica, senza strappi e senza fretta. Lenta e calda, come la sua voce.

Appuntamento in Piazza Vittorio. Ti vedo, sgrano gli occhi, accosto. Rido e tu ridi.

Ti abbraccio, mi respiri, ti racconto, mi racconti, mi regali un libro e me ne spieghi l’importanza. L’importanza dell’immortalità.
Sembra tutto perfetto. Insieme siamo bellissimi. “Guarda come ci guardano! Ma pensa tu.” Ti rispondo con un sorriso.

“Aspetta, do un colpo di telefono ai miei. Gli dico che andrò a trovarli domani.”
“Dove sei, disgraziato?”
“Vicino, babbo, non ti preoccupare. Ci vediamo domani.”

Saliamo in auto. Giochi con le mie labbra, segui il mio profilo (e tu…) e, all’improvviso, mi baci.
È in quel momento preciso che non capisco proprio più un cazzo, e penso che tutto il mondo possa aspettare sul serio.
Ma poi ti nascondi: “Però, ecco, ci sarebbe lui, che mi sta aspettando…”
“Sa che sono qui?”
“Sì.”
“Capisco.”
E così ti bacio. Ché i baci, a volte, servono anche a quello: a far passare certi pensieri.

Struscio per il corso, aperitivo, cena, whiskey e, infine, un albergo.

“Aspetta, do un colpo di telefono a mia madre per dirle che non tornerò a casa, stasera.”
Ti spendi in un’interpretazione da attrice consumata, e poi mi prendi la mano per portarmi in camera.

Torino. La guardo con la coda dell’occhio: è ancora bellissima, piena di luci, di te, e di una passione che, di lì a poco, ci travolgerà. Sì, proprio come nei film.
Accendo una sigaretta. “Non posso dirti che ti amo. Mi dispiace. Non ce la faccio.”
“Perché?!” Ti rattristi.

Al risveglio, Torino è grigia, spenta. L’albergo sembra più un Holiday Inn, che un albergo a quattro stelle.

Prendo le mie cose e “Buona vita…”

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