Novara e punto

Ritorno.

Mercerie chiuse, pasticcerie chiuse, librerie e negozi di dischi chiusi.
Me lo raccontano i fondi sfitti, più forti delle immagini che, da bambino, collezionavo ogni giorno, per via di certi colori e di certi odori che, senza chiedere permesso, si depositavano nella mia memoria.

La desolazione dell’abbandono trova consolazione nell’eco di cortesie scambiate, decenni fa, all’interno di quei locali.
È un calore perso, tuttavia, una foto sbiadita, il margine di una pagina ormai dilavata, che non può essere catalogata, per raggiunti limiti di usura. Ah, quella carogna del tempo.

Per fortuna, invece, alcuni posti sopravvivono alla rovina e alle miserie umane, continuando a fondersi con quella tipica nebbia padana, che ho abbandonato quasi vent’anni fa.

Eccolo lì, il mio angolo magico. Eccolo, insieme a storie che le panchine non vorrebbero raccontare, rispolverando le prime trasgressioni e i primi baci rubati, lontani da genitori indiscreti e gelosi. Certo: le nuove leve mi riderebbero in faccia, ma chi se ne fotte.

È ancora lì, la vedo: è una semplice panchina, oggi.
All’epoca fu teatro di scambi di effusioni e di promesse d’amore infrante dal desiderio di nuove esperienze (più o meno lecite) cancellate ormai da centinaia di docce e di distese di asfalto che, nel tempo, sono riuscite ad asfaltare anche i miei sentimenti.

È strano rivederti oggi, Nüara.
E sarà ancora più strano rivederti, quando andrò via, sopravvivere alla nebbia e a quella pioggia di ricordi ormai asciugata da tutto quello che non c’è più.

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