Réclame.

Stavamo valutando la colonna sonora di una pubblicità aziendale, dopo aver ascoltato attentamente quella proposta dal grafico.
A. “Che cosa ne pensi?”
Io. “Fa cagare. Sai che cosa ti dico? Il “crescendo” va sempre forte. Ci vorrebbe qualcosa di elettronico. Tipo Aurora sogna dei Subsonica. Intorno ai 2:50 fa il delirio.”
A. “Fa sentire!”

Tiro fuori il telefono brillante e metto in riproduzione la canzone.
A. “Sì, perfetto! Una cosa di questo genere!”

Stanotte, invece, dei Subsonica mi viene in mente una sola canzone, la quale, inter alia, pubblicizza il mio stato.

Novara e punto

Ritorno.

Mercerie chiuse, pasticcerie chiuse, librerie e negozi di dischi chiusi.
Me lo raccontano i fondi sfitti, più forti delle immagini che, da bambino, collezionavo ogni giorno, per via di certi colori e di certi odori che, senza chiedere permesso, si depositavano nella mia memoria.

La desolazione dell’abbandono trova consolazione nell’eco di cortesie scambiate, decenni fa, all’interno di quei locali.
È un calore perso, tuttavia, una foto sbiadita, il margine di una pagina ormai dilavata, che non può essere catalogata, per raggiunti limiti di usura. Ah, quella carogna del tempo.

Per fortuna, invece, alcuni posti sopravvivono alla rovina e alle miserie umane, continuando a fondersi con quella tipica nebbia padana, che ho abbandonato quasi vent’anni fa.

Eccolo lì, il mio angolo magico. Eccolo, insieme a storie che le panchine non vorrebbero raccontare, rispolverando le prime trasgressioni e i primi baci rubati, lontani da genitori indiscreti e gelosi. Certo: le nuove leve mi riderebbero in faccia, ma chi se ne fotte.

È ancora lì, la vedo: è una semplice panchina, oggi.
All’epoca fu teatro di scambi di effusioni e di promesse d’amore infrante dal desiderio di nuove esperienze (più o meno lecite) cancellate ormai da centinaia di docce e di distese di asfalto che, nel tempo, sono riuscite ad asfaltare anche i miei sentimenti.

È strano rivederti oggi, Nüara.
E sarà ancora più strano rivederti, quando andrò via, sopravvivere alla nebbia e a quella pioggia di ricordi ormai asciugata da tutto quello che non c’è più.

Superare il blocco.

Mi soffermo sull’uscio.
La vicina di casa si lamenta perché, ancora una volta, ha dovuto rimuovere un pizzico di cenere volato, per sbaglio, sul suo terrazzino.

Mi soffermo sull’uscio con quel fare tipico degli attori americani un po’ impacciati: anch’io manco di stile e allora indugio affinché la telecamera mi riprenda per cogliere altri aspetti di me, che non siano quelli recitativi.

Mi soffermo sull’uscio e ripenso al mio ultimo viaggio.
(Nel frattempo, note stonate di un dirimpettaio maldestro riecheggiano nella strada.)

So che questo è l’ultimo autunno in terra labronica; lo so e me ne sono fatto una ragione.
Così, ho messo i sogni (un attico affacciato sul mare, per esempio) nel cassetto, preparato le valigie, salutato lo scirocco -fratello e compagno- e mandato un bacio al mare dei mori, per l’ultima volta.

L’Aurelia ha un altro aspetto: è fredda, nonostante il contributo del mare, e ciò che mi si para dinanzi è solo un agglomerato di fabbriche attempate, senza più vigore, senza più energia né calore, nonostante producano fumi e silicati che, una volta liberati, contribuiscono ad aumentare il rossore dei miei tramonti.

– Ciao, sto andando a Livorno, ho bisogno del mare. Avevo bisogno di non pensare, ho lasciato l’ufficio, ma mi puoi trovare qui, se vuoi.

“Se vuoi”. E chissà che davvero non fosse nelle corde del tuo essere, quel volere.
Quel desiderio.

– Mi raccomando, non ti addormentare su una panchina, cerca di tornare a casa.

“Casa”.

Non so davvero che cosa sia una casa, da quando mi ha abbandonato, da quando sono diventato un nomade, da quando…

– Certo, figurati, ho solo bisogno di quel vento che conosco così bene e che mi mancherà. Ma tu…

“Tu”. Silenzio.

– Ehi, tutto bene?
– Sì, sì. Ho solo perso le parole. (Ancora una volta, penso, ma non te lo dico.)

Torno a casa e l’unica canzone in grado di farmi compagnia è lì e suona solo per me.

Ventenni. Adorabili ventenni.

Ai ragazzi bene, oggi, piace chiamarle “location”.
Bene: scegliete pure la vostra location. Tornate alla vostra adolescenza e dimenticate la Moretti o le vacanze nel Salento, che ancora non andavano di moda.
Pensate alla vostra; io ricorderò la mia.

Eravamo sulla riviera romagnola; migranti tra Rimini e Riccione, tutte le sere. Tornavamo nel grigio nord più bianchi di prima. Prima della partenza, si intende.

Adolescenti. Eravamo affascinati dall’idea della prima volta, dall’illecito rappresentato da una “cosa” che andava in fumo, dagli effetti collaterali di una sbornia in compagnia, in estate, alla luce di lune più o meno piene e all’ombra di mari più o meno agitati.

Parlavamo del più e del meno. Dei Doors, per esempio, o dell’ultima lezione di filosofia, ché ci pareva di essere più grandi, se discettavamo (per quello che poteva essere il livello del sapere) di Platone o di Kant.

Eravamo in spiaggia, naturalmente, accompagnati da risa, urli, conati e occhi che ammiccavano, ché l’ormone era in subbuglio e l’estate, così come la proverbiale notte, era davvero giovane e ancora tutta da vivere.

E poi? Dopo litri di birra e qualche canna, c’era sempre quello che doveva buttarla in vacca.

“Ragazzi, facciamo la canzone del sole”
Sì, tutto minuscolo, ché non era importante il titolo in sé, quanto ciò che rappresentava: la fine della cultura -quella che ci sembrava di possedere- e l’inizio dello svacco totale; ma anche l’inizio di una condivisione sincera e… sans souci.

LA-MI-RE-MI.
Tre accordi e la serata finiva, con i falò che si consumavano insieme a languide speranze di giovani virgulti, che si spegnevano insieme a esigui fuochi non troppo robusti per durare più di un’estate.

***

Ore 22.30.
Un giovane di Pirano entra nel ristorante, accompagnato da 3 pionieri sbarbatelli.
Cercano vino e quattro bicchieri.

“Posso vedere le carte d’identità?”
Sono maggiorenni.
S. li fa accomodare in terrazza, mentre io li scruto e mi chiedo da dove arrivino.
Si siedono e, dopo cinque minuti, arrivano una ventina di ragazzi.
Il mondo è tutto lì, giuro, ed è un mondo giovane. Un mondo di olandesi, messicani, inglesi, tedeschi e argentini. C’è anche un’italiana.

Bevono e cantano. Cantano perché, tra loro, c’è una ragazzina bionda con una chitarra classica.
Li guardo e sorrido.
Sono belli. Tutti quanti.

Finisco il mio ammazzacaffè ed esco. “Posso suonare la tua chitarra?”
“Certo.”

Intono “With or without you” e subito un coro di ragazzine (poco più che diciottenni) si unisce al mio canto. Poi tutto finisce e il ragazzo di Pirano mi invita a cantare un’altra canzone.

E io, si sa, sono quello che la butta sempre in vacca.

Su “La canzone del sole”, tutti si mettono a cantare. Resto sbalordito. Rido e suono quella chitarra.
Il potere della musica, signori, il potere di un duo nomato Battisti-Mogol.
E si finisce sul MI.

Il Signor Guido Barilla

Il Signor Guido Barilla può dire ciò che vuole.
Il Signor Guido Barilla, se interpellato, può rispondere come gli pare.
Può scusarsi, all’occorrenza, può usare frasi più o meno fastidiose.
E, badate, lo può fare non in virtù del fatto ch’egli sia il Signor Guido Barilla, ma semplicemente perché è un essere pensante, dotato di una certa ragione, cresciuto grazie a una certa educazione, e munito di certe logiche che, ovviamente, possono infastidire.
D’altro canto, qualsiasi persona può dire ciò che gli pare. No?

Ma il mio pensiero è per quelli che, su twitter, giustificano la discriminazione, condividono le parole del Signor Guido Barilla, facendosi forti della propria eterosessualità, condividendo l’idea della “famiglia classica”, ma… Ehi, un momento! A ben vedere, molti sono single morti di figa o morte di cazzo, che non pensano al fatto che “puttaneggiare” non sia propriamente una cosa in linea con l’idea di far crescere, in senso classico, una famiglia.
Ecco, penso che dovreste vergognarvi. E andare a fare in culo, naturalmente.

Letture estive

“Ciao, Ma’, vado a leggere al parco. Ah, non porto il cellulare.”
(E sì: quelle virgole, nelle mie esternazioni, ci sono tutte.)

Mia madre pensa che al parco ci sia una ragazza e che io, come vent’anni fa, voglia nasconderglielo.
Ah, le mamme.
Ah, mia mamma.
Ogni volta che torno a casa a trovarla, mi sembra di fare un tuffo nel passato e di rivivere i gloriosi anni del liceo.
Comunque.

Da qualche parte, scrivo: “Farò una cosa che non faccio dal 1995: andrò al parco a leggere un libro. Senza cellulare. E i ragazzini mi vedranno vecchio, di sicuro.”

Perdo un po’ di tempo, dopo aver scritto quella profezia, prendo “Death Metal” e, mentre sto per uscire, arriva ancora lei. Mother.

“Vai a piedi?”
“Adesso non esageriamo.”

Prendo l’automobile e volo al parco.
Parcheggio e vedo che il muretto “delle cose zozze”, adesso, è recintato. Lo spazio è stato riservato ai cani e ai loro padroni.
Cambio parco.

Trovo una panchina e mi siedo.
Arrivano i bambini, con i genitori e i nonni e altri bambini e altri genitori di altri bambini e figli di altri nonni. Insomma: un puttanaio.
Resisto: l’Oltrepò pavese di Tito Faraci, con la sua atmosfera, mi assorbe in modo piacevole. Al diavolo -è il caso di dire- il resto.

Ogni tanto, però, cerco di cogliere le sfumature di un mondo che non mi appartiene più, che non vivo da anni e che rivedrò, se tutto va bene, tra un altro anno.

Una bimba si siede di fianco a me e la sua amichetta, indicandomi (vedo tutto con la famosa coda dell’occhio), le chiede: “È tuo padre?”.
Faccio finta di niente. La mia piccola vicina non capisce e l’amichetta, indicandomi più forte (si possono indicare “più forte” le persone?), le pone nuovamente la stessa domanda.

Alzo la testa, inforco gli occhiali: “Ce l’avete con me?” (Con un sorriso, naturalmente).
Diventano rosse, la nonna mi spiega la cosa (come se fossi un idiota) e poi riprendo a leggere.

Quel giorno così lontano…

Avevo un lettore cd della Sony e un solido Panasonic Gd90.
Avevo ancora i capelli e tante cose da imparare.

Ero già indipendente e lontano dalla casa in cui ero stato cresciuto.
Ed ero giovane, dentro e fuori.

Subito dopo pranzo, andai in giardino; tra le altre cose, dovevo falciare l’erba.
Il giardino era piuttosto vasto, il sole piuttosto alto, la voglia piuttosto scarsa.

Stavo aspettando la telefonata di un’amante.
Stavo ascoltando i miei amati Metallica e il motore della falciatrice.

A un certo punto sentii il telefono vibrare.
Era un’amica. La telefonata che stavo aspettando sarebbe arrivata… un evento più tardi.

“Hai visto che cosa sta succedendo?”
“No, Simona, sono in mezzo all’erba e ai moscerini. Non so che ore siano, ascolto Master of Puppets e sono sereno.”
“Qui c’è la gente che si lancia dalle finestre!”

Simona era sconvolta. Io pensai che lì, vicino a Sanremo, qualcuno avesse preso una bella insolazione.

“Ma che cazzo dici?! Lì, dal tuo condominio?”
“Ma va, stupido, dalle Torri Gemelle!”

Come per magia, in quel preciso istante, esplose un boato: erano i televisori degli appartamenti dell’istituto in cui prestavo servizio.
Ero impietrito.

“Ehi, ci sei?”
“Sì, volo a guardare.”

Qualche ora dopo il telefono vibrò di nuovo.
“Sono arrivata adesso a Bergamo. Qui in aeroporto c’è il delirio. Che cosa è successo?”

Mani verdi, pantaloncini corti, una falciatrice in mezzo a un prato e occhi sgranati.
Il mio 11 settembre 2001.

Buon anniversario

“Ma’, domani vado a Roma”
“Due giorni, come al solito.”
“No, mi trasferisco”.
Sdeng

Sei lì e pensi al 1978.
“Rug, non dire cazzate, perché non eri ancora nato!”

Un attimo, con calma, per favore. Adesso ci arrivo.
Andreotti era al governo. Veniva assassinato Aldo Moro. In tv trasmettevano i mondiali d’Argentina. Era l’anno dei tre papi.
C’erano i Beatles, c’era il punk (quello vero), c’era il mangianastri (attenzione: non quello per le musicassette).
Esistevano ancora i 78 giri.
Tutte queste cose le ho viste, sentite, sapute dopo.

Non esistevano i lettori mp3, i personal computer, i telefoni cellulari e tutta una valanga di cazzate tecnologiche che abbiamo adesso sulla piazza.

C’era Paolo Valenti con il suo 90° minuto (Dio l’abbia sempre in gloria. Paolo Valenti… ma anche il 90°:D)
Bisteccone Galeazzi era molto più magro e non c’era ancora Meda a commentare le imprese di Valentino Rossi.

Battisti stava sfornando, proprio in quegli anni, gli ultimi successi in collaborazione con Mogol.

C’erano tutti i melodici italiani, c’era il glorioso italian prog anni ’70. C’erano i Genesis, i Police e i Clash.

Non c’era questa cazzo di benzina verde, le auto potevano tranquillamente circolare, molte foto erano ancora in bianco e nero.
E loro lo sanno.
C’erano anche loro.

Bene.

“Rugge’, guardiamoci Dragonball. C’e’ Goku”. Ok, pa’.
“Rino, hai messo a posto la camera? Potrebbe arrivare QUALCUNO…”. Va bene, ma’.
“Rugge’,per favore, tienimi un attimo il martello… no, aspe’, anche i chiodi… ferma un attimo la porta con la gamba, intanto avvitati su te stesso e monta le tende…”. Ok, pa’.
“Rino, ti voglio bene, ok?”. Idem, ma’.
“Rugge’, vai a dormire, a papà, ch’è tardi…”. Ok, pa’.
“Rino, hai preparato lo zaino?”. Sì, ma’.
“Rugge’, quando?” “Quando cosa, papa’?” “Quando la smetti?”. Ok, pa’.
“Rino, hai chiamato nonna, zia, tua cugina, varie ed eventuali per fargli gli auguri?”. Sì, ma’.
“Rugge’, fammi vedere questa cosa al computer, come si fa?”. Così, papà. Dopo 40 minuti: “Eh, ma tanto non mi serve adesso…”. Argh, pa’.

Non c’era il problema della mucca pazza, del cavallo pazzo, del presidente pazzo, degli estrogeni impazziti.
Loro c’erano.
Non c’era l’ipod, non c’era il lettore cd, non c’era il digitale terrestre e non c’era la playstation.
Loro c’erano.

“Rino, hai fatto i compiti?”. Sì, ma’.
“Rugge’, non ti ritirare tardi”. No, pa’.
“Rino… HAI FUMATO?”. No, ma’…
“Rugge’, se ti vedo fumare le prendi…”. Ok, pa’.

Io non c’ero, ma oggi li ringrazio pera avermi regalato, in qualche modo, i loro 35 anni.
35 anni di matrimonio, di vita e di musica.

Perché… non si nasce genitori, ma loro sono due genitori pazzeschi. (va beh, un po’ rompipalle, ma che genitori sarebbero, altrimenti?).

“Rino, 7×8?”. 56, ma’.
“Rugge’, non ti abbuffare…”. Ok, pa’.
“Rino, vuoi un altro po’ di pasta?”. Sì, ma’.
“Rugge’, mi raccomando vai piano…”. Sì, pa’.
“Rino… TI SEI FIDANZATO?”. Maaaaa’!!!

Due figli all’attivo.

Non male, dai. Va bene così.
Vi chiedo una cosa, oggi: continuate a prendervi cura l’una dell’altro, dei vostri figli e continuate a prendervi cura dei vostri sogni…

“Rugge’, tu mi hai scassato tutti i NASTRI…”. Io, pa’?!
“Rino, non dargli retta”.
“Siete propri forti voi due”.
Sì, pa’.

“Ma’, di chi era quella canzone?”
“Dei Romans”.
“Grazie, ma’”
“E quella?”
“Santo California”.
“E quella?”
“Collage”. Grazie, ma’.
“Rugge’, abbassa il tono della voce”. Ok, pa’.
“Rino, hai mangiato, stirato, lavato, messo in ordine la casa?”. Sì, ma’.

Non c’erano i file mp3, e all’epoca tutti erano così romantici da avere una canzone.
Eh.

Auguri, fenomeni. Che sia un felice anniversario.
Io vi guardo da qui.

“Ma’, qual era la vostra canzone?”

Babe I’m gonna leave you

Siamo molto giovani.
Siamo dotati di quello strano senso del pudore, che fa pensare anche ai vicini, per esempio; e siamo dotati di quella buffa gelosia, che vuole che un rapporto non venga, in alcun modo, condiviso. Siamo innamorati.

“Che si fa?”
“Musica!”

E così, ogni volta che facciamo l’amore, scegliamo una compilation diversa.
Quasi sempre rock, quasi sempre allegro, quasi sempre andante.

Passano le stagioni e tutto si rompe, ma non possiamo rinunciare alla passione. Chissà perché, poi.

Questa volta, nessuna allegria.
Nella stanza l’aria è pesante, i colori appena più che sbiaditi.
L’estate, per una magica combinazione, è alle porte.

Mi avvicino al raccoglitore. Ti guardo. Penso che non potrei scegliere canzone più adatta, per incominciare.
Sulle prime note, iniziamo a piangere e ad amarci. Per l’ultima volta.

Scomposizione.

Rientro in casa dopo aver fatto due chiacchiere con un’amica.
Tergiverso, prima di andare a letto, pensando al nostro dialogo: si parlava, con leggerezza, di nomi.

Vado a darmi una rinfrescata: inizia a far caldo.
Mi guardo allo specchio e, in un istante, mi sopraggiunge all’orecchio la tua voce, insieme al buffo nomignolo che, affettuosamente, usavi per chiamarmi.

Mi metto a ridere e penso a quando ti dissi, qualche tempo fa, di non azzardarti mai più a chiamarmi in quel modo.

Intanto, lo specchio scompone il viso tra luce e ombra.
Ben tornato, Mr. Hyde.