Babe I’m gonna leave you

Siamo molto giovani.
Siamo dotati di quello strano senso del pudore, che fa pensare anche ai vicini, per esempio; e siamo dotati di quella buffa gelosia, che vuole che un rapporto non venga, in alcun modo, condiviso. Siamo innamorati.

“Che si fa?”
“Musica!”

E così, ogni volta che facciamo l’amore, scegliamo una compilation diversa.
Quasi sempre rock, quasi sempre allegro, quasi sempre andante.

Passano le stagioni e tutto si rompe, ma non possiamo rinunciare alla passione. Chissà perché, poi.

Questa volta, nessuna allegria.
Nella stanza l’aria è pesante, i colori appena più che sbiaditi.
L’estate, per una magica combinazione, è alle porte.

Mi avvicino al raccoglitore. Ti guardo. Penso che non potrei scegliere canzone più adatta, per incominciare.
Sulle prime note, iniziamo a piangere e ad amarci. Per l’ultima volta.

Scomposizione.

Rientro in casa dopo aver fatto due chiacchiere con un’amica.
Tergiverso, prima di andare a letto, pensando al nostro dialogo: si parlava, con leggerezza, di nomi.

Vado a darmi una rinfrescata: inizia a far caldo.
Mi guardo allo specchio e, in un istante, mi sopraggiunge all’orecchio la tua voce, insieme al buffo nomignolo che, affettuosamente, usavi per chiamarmi.

Mi metto a ridere e penso a quando ti dissi, qualche tempo fa, di non azzardarti mai più a chiamarmi in quel modo.

Intanto, lo specchio scompone il viso tra luce e ombra.
Ben tornato, Mr. Hyde.

Da solo.

Tutto appare e suona come nuovo, compreso il silenzio prodotto dalle file d’alberi cupi, che si parano davanti a questo piccolo appartamento. Interpreto questa novità come una sorta di muro sonoro silente, sul quale il tempo ode, ben chiare, le nostre parole.

Eppure mi ritrovo da solo, a misurare distanze ancora sconosciute, accompagnato dalla foschia di un novembre affumicato.
Scendo spesso in strada a fotografare la luna, per dedicartela.
Poi penso che vorrei regalartela, la luna, anche se non me l’hai chiesta.
Alla fine di questo anno di cambiamenti ci sei tu, dall’altra parte della sera, ed è tutto così strano, perché non sono innamorato di te, ma sei ormai il mio quotidiano, nell’attesa, nella lontananza, nelle gioie dei piccoli traguardi e nella tensione delle nuove partenze.

È un album molto invernale, mi dici. Lo ascolto e quella sensazione sale precisa a prendermi prima lo stomaco, poi la gola e infine il cervello. Fumo, rigirando tra le dita custodia e libretto. Lo faccio con quell’aria un po’ istrionica e buffa che mi appartiene, cercando, tuttavia, di darmi un tono; come se qualcuno mi stesse riprendendo con una camera.
Conosco i tuoi occhi e so che sono lì, dietro quella tenda che, un giorno, cambieremo.

Spesso ascolto solo quella canzone; per il momento, sono permeato da quella forza che consente di vivere una strana storia in clandestinità.
Domani, penso, domani finirà.

Quella storia del ciabattino.

Mio padre ha ereditato una discreta quantità di utensili da ciabattino.
Quegli strumenti, che risalgono ai primi del ‘900, li ha ereditati dal mio povero nonno.

Durante la seconda guerra mondiale, grazie a qualche paio di scarpe in più, approntate per alcuni gendarmi tedeschi, mio nonno riuscì a evadere dal campo di concentramento. Sì, proprio quello famoso al quale state pensando.

I miei poveri nonni hanno avuto sei figli; l’unico che ha imparato il mestiere di ciabattino è stato mio padre.
Ogni volta che mio padre accomoda un paio di scarpe, a me viene quasi da piangere. Ma lui non lo sa.

L’ultimo bacio

Mi sembrava di sentirti correre, in quelle notti d’agosto.
Non riuscivo a dormire e cercavo un modo per fartela pagare.
Cercavo anche un modo per dirti che, nonostante tutto, ancora ti amavo.

Cercavo le parole giuste, che sarebbero certamente arrivate, ma nel tempo sbagliato;
quando la mia voce profonda e vibrante -vibrante di una povera e magra consolazione- ti avrebbe detto che non ero più lì, ad aspettarti.

Mi sembrava di sentirti correre, in quelle notti d’agosto. Attraversavi la Merulana, con i vestiti strappati e le lacrime piene di sbavature di un Pierrot che era stato ferito, non solo in scena, ma anche nella vita reale.

E poi mi sembrava di sentirti, ancora, ferma sul mio petto, a disegnare un futuro che, inevitabilmente, non sarebbe stato nostro, ma solo tuo.
E, sullo sfondo, una colonna sonora infinitamente triste. Per me.

Le case

Capita anche a me di avere ricordi vaghi, confusi.
Mi succede quando inizio a superare ciò ch’è legato a quegli stessi ricordi; quando vedo da lontano qualcosa che prima si muoveva e ora è inerme; una cosa che si allontana, come se la stessi guardando da uno specchietto retrovisore.

Sono in automobile, aspetto che mia sorella compri le ultime cose.
È quasi Natale e c’è sempre quell’atmosfera strana, quando è quasi Natale.
So che tra poco sarò a casa con i miei, che non litigherò, so anche che, tra qualche ora, mi metterò in viaggio per venire a regalarti un sorriso e una giornata serena, senza litigi. Con tutti gli “speriamo” del caso, senz’altro.

Sono in automobile, consapevole del fatto che tutto, ormai, stia andando a rotoli, trascinato com’è, da mesi, da un’insofferenza atomica.
È tutto così lontano da quel primo bacio, dalle fughe, da quegli incontri in clandestinità. Non c’è il freddo di Bologna, non ci sono i colori di Venezia, né il fascino del lungarno pisano.
Però è quasi Natale, dai.
Dai, che magari ci facciamo un bel regalo e cessiamo queste stupide ostilità.

Scarto un cd. L’ho trovato a poco, originale, e quindi ho deciso di acquistarlo. “Il ballo di S. Vito”.
Quante volte avrò ascoltato quell’album? Centinaia, eppure, rimettendolo su, mi faccio colpire da una traccia.

Prendo il telefono.

“Mon amour, stavo riascoltando “Le case”. Trovo che sia straziante. Trovo che c’entri troppo con questi giorni. E niente, così, volevo dirtelo. Ma tu aspettami, ché tra un paio di giorni arrivo.
Ma tu te la ricordi, “Le case”?”

“Sì, Rug, me la ricordo. Ma non ascoltare cose tristi.”

I ricordi sono vaghi.

Sono contento di ascoltare cose tristi. Perché sono triste.
La musica, anche questa volta, non mi tradisce.

gesti alzati in fretta nel mattino
calda assenza a fianco al comodino
treni, stazioni, biglietti
sepolti nei letti…

È quasi Natale.
Dai, che magari non andrà così.
E invece.

Chi lascia la strada vecchia…

L’autunno è alle porte. L’ho già vissuto tante volte. È facile immaginarne i colori e gli umori.
La bassa novarese offre le prime foschie, che sanno ancora di funghi e già di muschio.
Nei pressi del centro, le persone attendono la cattiva stagione, le giornate corte e il nero delle caldarroste.
Penso alla fine di un bel libro e all’inizio di un nuovo copione, mentre spio il principio di questa malinconica stagione.

Oggi c’è un sole timido, timido come la morte che ho negli occhi.
Ti aspetto, mentre mastico gomme e pensieri più o meno opachi.

Arrivi.

Accidenti, sei sempre tu, questo lo devo ammettere. Il tuo viso è pulito, le tue labbra perfette, i tuoi occhi azzurri come quello strano cielo primaverile che vide il nostro primo bacio, qualche anno prima.

“Guida tu.”
“No, dai, guida tu.”
“Ok.”

Andiamo incontro al nostro destino, a circa novanta chilometri orari. Il mio sguardo è fisso, ho la gola secca e non dico una parola. Guardi la strada e con la coda dell’occhio guardi me.
Prendi una musicassetta e la spingi con dolcezza. Ti conosco. So che lo stai facendo per accarezzarmi, ma so anche che non ci riuscirai.

Samuele Bersani inizia a cantare una delle sue canzoni, una delle nostre canzoni.
Il mio sguardo è fisso, ho la gola secca e non dico una parola.

Mi guardi, rallenti, mi riguardi.
“Non te ne frega più niente.”

A quel punto ti chiedo di fermarti.
“Forse tu e io dobbiamo parlare.”

When the music’s over…

Concentro tutto il senso della canzone nelle prime misure: tra quell’intro di organetto e quell’urlo.
E penso al silenzio di una sala, all’interno della quale restiamo assorti, in contemplazione e con le luci basse. Per anni.
Poi, a un certo punto, spegniamo la luce.
Spegniamo la luce, quando qualcosa di noi finisce: un amico, l’amore, la vita.

Turn out the lights.

Somewhere over the doors,
rest in peace, Ray.