Chiacchiere, rose e miti

Sempre più spesso mi ritrovo a dover filtrare quello che le persone mi raccontano.
È normale, penserete, ma in realtà non è per niente normale: è difficile pesare le parole dell’altro, o dell’altra, e non provare, a volte, un certo senso di fatica e di fastidio.

Sono in compagnia di Irene e Dorine, mentre mangio prosciutto di cinta senese e sorseggio un buon bicchiere di Gratena.
A un tratto, durante le nostre chiacchiere giovanili, arriva l’ennesimo ragazzo venuto dal Bangladesh.
Ci porge il suo mazzo di rose e io, come al solito, rifiuto e vado avanti a masticare.

M. “Scusa se ti ho disturbato, capo.”
R. “Non mi hai disturbato affatto, solo che non voglio le rose.”
M. “Lo so, siamo tanti, qui ad Arezzo non c’è lavoro e tutte le persone mi mandano via e alcuni mi trattano proprio male.”

Resto in ascolto, mentre Irene e Dorine guardano con occhi dolcissimi il povero ragazzo.

R. “Stai tranquillo, noi non ti trattiamo male.”

Così M. inizia a parlare e ci racconta del suo viaggio verso l’Italia, delle ragazze bellissime che ci sono in Italia e delle difficoltà che non gli consentono di vivere dignitosamente.
200 euro in fiori, 220 euro in affitto. (E non voglio immaginare in quale cazzo di topaia stia e, soprattutto, in quanti ci stiano.)

M. “Ad Arezzo non sto bene, ma a Roma stavo peggio. Me ne andrò a Pescara, in estate. Forse lì riuscirò a trovare un lavoro come cameriere.”
R. “Scusa, M., quanti anni hai?”
M. “Diciotto.”

Mi si chiude lo stomaco, l’appetito svanisce, ma continuo a mangiare.
R. “Siediti a mangiare con noi, forza.”
M. “No, quando torno a casa mangio.”
R. “Non hanno solo maiale e cinghiale, puoi ordinare altro.”
M. “No, davvero, non è per quello.”
R. “Ok.”

Intanto le giovani fanciulle gli chiedono perché sia venuto in Italia e, soprattutto, come abbia fatto.
M. “Mio padre ha speso diecimila euro per farmi venire qui. La nostra è una famiglia povera, ma mio padre ha messo da parte questi soldi per farmi venire qui. Ora lui non lavora più, perché è vecchio.”

So che sto per dire una cazzata, ma la dico ugualmente:
“Ma non potresti tornare dalla tua famiglia?”
Mi risponde:
“Devo guadagnare i soldi per ripagare mio padre, ma così non mi bastano cento anni…”

Filtri o no, a quel punto si finisce con l’essere a corto di argomenti. E in più ho sparato anche una minchiata.

R. “Mi togli una curiosità? Dove le prendi quelle rose?”
M. “Le compro. Due euro l’una.”
R. “Scegline due e dalle alle ragazze.”
M. “Grazie capo.”
R. “Se mi chiami un’altra volta capo, ti spezzo le gambine. Il mio nome è Ruggero.”
M. “Piacere, il mio nome è M.”
R. “Sicuro di non volere mangiare con noi?”
M. “Sì, sì. Sicuro.”

Gli chiedo che cosa mai possano vedere e sapere del nostro fottuto bel paese, nella loro terra, e lui risponde che in Italia si sta bene, che noi (Irene, Dorine e io, ad esempio) stiamo bene e che ci sono bellissime ragazze. Ama la bellezza delle donne italiane.

R. “Sì, però è anche vero che chi è stato qui, negli ultimi venti anni, ha badato un po’ troppo alla bellezza e poco a chi è stato in grado di costruirla.”
M. “Sì, ma tu non hai problemi di soldi, non paghi per avere quattro muri.”
R. “In realtà sì: sono in affitto.”
M. “Che cosa vuol dire?”
R. “Che sto in un appartamento, ma non è mio. Anche noi abbiamo spese, paghiamo le tasse, andiamo in trattoria a mangiare con gli amici, come stasera, ma non andiamo alle Chiavi d’oro, per esempio. Certo, la tua situazione è diversa e lo intuisco, però, ecco, questo paese non è il mito che molti raccontano, diciamo così.”
M. “Infatti io vorrei andare in Germania, ma non posso: non ho i documenti.”

Sempre più a corto d’argomenti…

Ancora due chiacchiere.

M. “Grazie, capo.”
R. “Adesso mi alzo e le prendi.”
M. “Scusa, amico. Però tu hai la faccia buona, e anche voi ragazze.”

Gli auguriamo ogni bene e, alla fine, tra le poche cose che riusciamo a dire, appena si è allontanato, tiriamo fuori questa: “Cristo, diciotto anni…”

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