Letture estive

“Ciao, Ma’, vado a leggere al parco. Ah, non porto il cellulare.”
(E sì: quelle virgole, nelle mie esternazioni, ci sono tutte.)

Mia madre pensa che al parco ci sia una ragazza e che io, come vent’anni fa, voglia nasconderglielo.
Ah, le mamme.
Ah, mia mamma.
Ogni volta che torno a casa a trovarla, mi sembra di fare un tuffo nel passato e di rivivere i gloriosi anni del liceo.
Comunque.

Da qualche parte, scrivo: “Farò una cosa che non faccio dal 1995: andrò al parco a leggere un libro. Senza cellulare. E i ragazzini mi vedranno vecchio, di sicuro.”

Perdo un po’ di tempo, dopo aver scritto quella profezia, prendo “Death Metal” e, mentre sto per uscire, arriva ancora lei. Mother.

“Vai a piedi?”
“Adesso non esageriamo.”

Prendo l’automobile e volo al parco.
Parcheggio e vedo che il muretto “delle cose zozze”, adesso, è recintato. Lo spazio è stato riservato ai cani e ai loro padroni.
Cambio parco.

Trovo una panchina e mi siedo.
Arrivano i bambini, con i genitori e i nonni e altri bambini e altri genitori di altri bambini e figli di altri nonni. Insomma: un puttanaio.
Resisto: l’Oltrepò pavese di Tito Faraci, con la sua atmosfera, mi assorbe in modo piacevole. Al diavolo -è il caso di dire- il resto.

Ogni tanto, però, cerco di cogliere le sfumature di un mondo che non mi appartiene più, che non vivo da anni e che rivedrò, se tutto va bene, tra un altro anno.

Una bimba si siede di fianco a me e la sua amichetta, indicandomi (vedo tutto con la famosa coda dell’occhio), le chiede: “È tuo padre?”.
Faccio finta di niente. La mia piccola vicina non capisce e l’amichetta, indicandomi più forte (si possono indicare “più forte” le persone?), le pone nuovamente la stessa domanda.

Alzo la testa, inforco gli occhiali: “Ce l’avete con me?” (Con un sorriso, naturalmente).
Diventano rosse, la nonna mi spiega la cosa (come se fossi un idiota) e poi riprendo a leggere.

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