The chemical death

Il passo è svelto, anche se non ho nulla da perdere.
Un’aria pungente e colori nitidi delineano il percorso.
(Nulla di filosofico, sia chiaro, si tratta solo della strada da percorrere verso il parcheggio.)

I nuovi auricolari mi isolano dai rumori ambientali (nulla a che vedere, comunque, con le cuffie strafiche del viaggiatore aipoddato).

Penso a quanto sia strano, e in certo modo buffo, anche solo per qualche minuto, estraniarsi completamente dalla realtà, lasciando orecchie e cervello in balia della musica.

Mi dico che potrei anche cessare di esistere, che quello potrebbe essere l’esatto intervallo in cui salutare tutti e “Ma sì, andatevene a fare in culo, voi, le vostre automobili, le vostre case, i vostri colori che delineano la strada, e cose così”. E mentre me lo dico, esattamente dentro quelle parole, penso “Però, non sarebbe davvero male: attendo un crescendo -ché in quest’album ce ne sono diversi- e su quel crescendo arriva lui, il tristo mietitore, a compiere l’ultimo gesto. Il gesto definitivo”. Smetto di pensare e mi dico “Ma quanto sono stupido, ascoltiamo ‘sto crescendo, che è meglio”.

In quel momento preciso, un suv si arresta bruscamente a cinque centimetri da me.

Resto impietrito e, dopo aver ripreso fiato, mi scanso e faccio qualche passo, guardando la donna al volante.
Torno a casa e mi metto a scrivere. Ancora una volta.

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