De rerum fuffa

Pioveva a dirotto, quella sera. Avevamo, tuttavia, una casa che ci avrebbe ospitati e ottimo cibo da condividere con gli amici. Veri amici.
Il capitano aveva deciso che avremmo mangiato sushi, preparato secondo la tradizione giapponese. (E poi lui era un cuoco, e la compagna veniva dalle isole di Cipango. E devo dire che il suo mestiere lo sapeva fare proprio bene. Il capitano, non lei.)

Dicevo. Pioveva a dirotto e, nell’attesa che qualcuno venisse a prelevarci, iniziammo a scattarci foto.
Un po’ come fanno i bimbiminchia, un po’ come fanno i giovani innamorati, che ancora qualcosa hanno da dire e da fare, e ancora qualcosa vogliono sperare di potersi raccontare.

Il cinquantino era nuovo di pacca. L’acquistai lassù, in un negozio del quale, stranamente, non ricordo il nome. In una via -questa poi…- della quale non ricordo il nome.

Pioveva a dirotto, non si vedeva un tubo, e la luminosità era scarsa. Ma voi, intendo proprio voi, avete presente la luminosità degli occhi di un uomo (o mezza sega, via) innamorato? Unite quella luminosità alle prestazioni di un 50mm Canon, e il gioco è fatto.

È tutto qui, quello che ho da dire. Probabilmente di niente posso parlare, oggi, perché niente ho, e niente mi va di avere.

Vacillando tra le illusioni

Tra una chiacchiera e l’altra,
tra Borges, Rucker, Manganelli ed Enoch,
mi ritrovo a pensare alle difficoltà
ed alla malinconia.

Così, per gentile concessione dell’amico immaginario,
o di Issa Kobayashi, mi regalo un pensiero che,
dall’illusione, non è poi così lontano.

Tsuyu no yo wa
tsuyu no yo nagara
sarinagara

Mondo di rugiada
È proprio un mondo di rugiada
Eppure, eppure…

Vacillando tra le illusioni

Tra una chiacchiera e l’altra,
tra Borges, Rucker, Manganelli ed Enoch,
mi ritrovo a pensare alle difficoltà
ed alla malinconia.

Così, per gentile concessione dell’amico immaginario,
o di Issa Kobayashi, mi regalo un pensiero che,
dall’illusione, non è poi così lontano.

Tsuyu no yo wa
tsuyu no yo nagara
sarinagara

Mondo di rugiada
È proprio un mondo di rugiada
Eppure, eppure…

Le nuvole del Truman Show

Vento e venti gradi sui poggi d’intorno. Le nuvole sono lì, ferme, in apparenza, da almeno un paio d’ore.
In altre stanze si parla di ricordi e di letteratura e tutto questo rimanda a qualcosa di surreale.
Mi aspetto, da un momento all’altro, che Ed Harris salti fuori da una nuvola per dirmi che ha creato tutto questo per me.

Allora forzo il mio sguardo miope e mi dico che là in fondo, da qualche parte, ci dev’essere per forza una porticina; ci dev’essere per forza una via di fuga, qualcosa in grado di portarmi al di là di questa presuntuosa perfezione, che qualcuno ha disegnato per non farmi pensare, per farmi credere che questo è il migliore dei mondi possibili, che, al contrario di quanto sto pensando in questo istante, non esistano altre voci ed altre stanze.

Le nuvole del Truman Show

Vento e venti gradi sui poggi d’intorno. Le nuvole sono lì, ferme, in apparenza, da almeno un paio d’ore.
In altre stanze si parla di ricordi e di letteratura e tutto questo rimanda a qualcosa di surreale.
Mi aspetto, da un momento all’altro, che Ed Harris salti fuori da una nuvola per dirmi che ha creato tutto questo per me.

Allora forzo il mio sguardo miope e mi dico che là in fondo, da qualche parte, ci dev’essere per forza una porticina; ci dev’essere per forza una via di fuga, qualcosa in grado di portarmi al di là di questa presuntuosa perfezione, che qualcuno ha disegnato per non farmi pensare, per farmi credere che questo è il migliore dei mondi possibili, che, al contrario di quanto sto pensando in questo istante, non esistano altre voci ed altre stanze.

L’acqua calda, a volte, dà noia.

L’altro giorno leggevo un articolo (di quelli fantasmagorici che si trovano sul “colonnino” di repubblica.it), che parlava della reperibilità dell’uomo al giorno d’oggi.

Il cellulare, dice, fa in modo che l’uomo moderno (insieme alla donna moderna, certamente) sia sempre raggiungibile e non lavori mai otto ore al giorno, ma molte di più.

Leggevo e pensavo “eh, grazie al cazzo” ed anche “avete scoperto l’acqua calda. Però! Appena inventate i rubinetti, fatemi un fischio.”

Così, dopo aver chiuso il drammatico colonnino, ho pensato .oO(Che fo’? Lo linko o non lo linko alla mia capa?).
Ma poi, in tutta onestà, ho pensato che non sarebbe servito a niente.
Perché non c’è cosa che possa servire, non c’è azione collaterale che possa colpire un bersaglio.
L’allusione, ormai, è cosa antica ed il suo sapore va scemando, perso, ormai, come il retrogusto di una grappa da pochi soldi.

Sono tornato ai miei bit, pensando che, la stessa sera, avrei dovuto cimentarmi nell’ennesimo intervento notturno.

Tutto questo per dire che il colonnino di repubblica.it mi ha scassato la minchia e per dire che, dopo essermi ricordato dell’intervento notturno, ho pensato intensamente all’estate.

All’estate passata ed a quella che verrà.
Ai tempi che cambiano e a brani di sceneggiature di film che, invece, non cambiano mai. Sicuramente non nei contenuti.

Pensate al primo uomo incravattato che sorseggia un caffè (caffè della sua prima colazione-light) e legge la prima pagina di un giornale.
Pensate a quell’uomo e seguitelo, mentre esce dalla porta di casa correndo, perché è in ritardo.
Guardatelo, poveraccio, mentre saluta con un bacio la moglie. Anch’ella trafelata.

Pensate, insomma, ad un Accorsi, in un qualsiasi cazzo di film riguardante una qualsiasi crisi post-adolescenziale.

Adesso Accorsi, di corsa, sarà sempre incravattato, starà sempre sorseggiando la sua tazza di caffè, magari guardando un ipad, mentre il telefono cellulare sta squillando. E starà uscendo di casa correndo. Sempre perché è in ritardo.

La moglie, nell’ultimo script, non c’è.
E la sostanza è questa: quelli del colonnino di repubblica.it e gli sceneggiatori dei film non hanno inventato o scoperto nulla. Semmai si sono accorti anche loro, troppo tardi, che le cose sono cambiate.
Parecchio cambiate.

tracce nei tag

abbozzo politico

E dai che ce lo caviamo dai coglioni.

Questa è l’espressione che, sempre più spesso, riecheggia nei corridoi di questa azienda e nelle vie di questa città.
Il punto, però, è un altro.

/abbozzo politico

eroi ed antieroi

Epos e letteratura latina, nei primi anno di liceo, depositano, nella mente dei discenti, alcune parole legate a concetti che non passeranno mai di moda. Già, perché anche i miti greci sono una moda, esattamente come il latino. La moda può essere capita? Sì. Oppure può semplicemente essere portata (come direbbero i miei amici campani).

Ma veniamo alle parole (e non ai fatti):
hýbris, metriotes, pietas, per fare qualche esempio.

/eroi ed antieroi

il Verga

Faccio un grande salto temporale e mi ritrovo a pensare a Mazzarò, il vecchio bastardo. Lui non era un minchione: lui poteva sorprendere chiunque, lui riuscì, in vita, ad accumulare una quantità spropositata di ricchezze. Lui pensò di aver fatto un ottimo lavoro. Tuttavia…

/il Verga

ritorno all’abbozzo politico

Ascolto una ragazzina di diciotto anni: dice che il Presidente è un uomo solo e triste, ma tutto ciò non mi muove a pietà.
Mi fa solo pensare che la roba, se si è tracotanti, se non si trova la giusta misura, se non si rispetta il prossimo, può solo servire ad una cosa: morire miseramente. E morire da soli.

/ritorno all’abbozzo politico

E dai, che magari ce lo caviamo veramente dai coglioni.

… e poi toccherà al prossimo.