Come piace(va) a me.

Credo ci sia ancora qualcosa da dire.
Ti chiedo, quindi, di ritagliarti un po’ di tempo.

Dopo una cruda e nuda chiacchierata, ho bisogno di capire che cosa cazzo stai provando e che cosa vuoi, ancora, da me.

Arrivi tardi. Ecco il trillo. Rispondo. Il cammino è in discesa, penso, sarà più facile lasciarti andare via, non potendo guardare i tuoi occhi.
Tu, non so come, riesci a vedere me e so che mi vedi tremendamente alterato.

Ciao, posso capire che cosa vuoi? (Mi risponderai qualche tempo dopo: “Non voglio niente”, con quell’aria di chi la sa lunga, di chi è navigato; è un’aria che, però, non ti appartiene.)

Rigiro tra le mani un bicchiere, mentre singhiozzo, ti canto pezzi di canzoni che sono adatte al momento.
Ma poi, e nemmeno ricordo il motivo, a un certo punto mi va il sangue alla testa, inizio a piangere, quasi a urlare, mi alzo dalla sedia e cado. Cado rovinosamente, voglio dire, perdo i sensi per un attimo e tu sei lì, a pensare chissà che cosa, dopo aver sentito il tonfo, appesa a una cornetta invisibile.

Mi riprendo, guardo quel fottuto bicchiere di whiskey (che, da allora, non bevo più), vado a vomitare anche l’anima e poi ti chiamo.

***

Ho sempre detestato gli strascichi.

Letture.

“Ero così impegnato a leggerti tra le righe da non accorgermi che, in realtà, eri solo una pagina vuota.”

A questo punto dovrebbe partire una canzone strappa-lacrime: qualcosa dei Subsonica, toh, oppure una ballata blues, di quelle che ti fanno piangere, come se ti stessero schiacciando le dita e l’anima in una pressa.

E invece non parte proprio nulla, perché a spremere una pagina vuota non si ottengono lacrime e non si ottengono melodie. Non si ottiene niente. Ed è proprio quel niente la giusta musica sulla quale, oggi, mi sembra tu ti stia muovendo.

E poi mi dissero…

“Questa è la nostra canzone.”
“In che senso, scusate?”
“Dai, Nomade, la nostra canzone d’amore. Il nostro primo ballo lento, no?”
“La vostra canzone d’amore… Ma non è una canzone d’amore!”

Ecco perché, non molto tempo fa, mi soffermai a pensare, per l’ennesima volta, alla melodia e al testo. Sopravvivono l’una all’altro, per una qualche maledizione, come entità separate. La forma e il contenuto si dissociano, anche se solo per alcuni minuti. E ancora una volta lo fanno, senza rigore e senza morale.

Così, una volta tornato a casa, la riascoltai, prestando particolare attenzione al testo, come se non lo conoscessi.
“E no, cazzo! Questi vogliono ballare proprio su questa canzone… Ma nel giorno del loro matrimonio?! Troppa tristezza!”

Ma poi, come succede a volte, mi ritornò in mente un episodio simile.

Quella volta fui io a proporre una canzone per un lento. Nel giorno del suo matrimonio. E per me, quella era una canzone d’amore. Una canzone da “primo ballo lento”. Ma l’amore non più corrisposto è ancora amore? Merita la stessa attenzione del grande amore? Nobilita il contenuto, attraverso la sua nuova forma? La risposta ce l’ho, ovviamente. Eppure la proposi. E la ballai proprio con lei. Pensa tu. Con la sposa. Era un messaggio piuttosto chiaro, devo dire.

Passato prossimo, passato remoto e presente: che malinconica intersezione.
Manca l’ultima canzone. Facciamoci fregare ancora una volta dalla melodia.
Ma che sia l’ultima, questa volta.

Rumori di sottofondo.

Arrivo puntuale. Ti chiamo e mi dici che stai per arrivare in stazione.
Termini. Quanto tempo è passato? Qualche mese.
Ho una voglia matta di rivederti, anche se so che mi farà estremamente male, e che a entrambi luccicheranno gli occhi, prima di salutarci, vis-a-vis, per l’ultima volta.

– Ciao Pì, (E non vogliamo metterla una bella frase di circostanza?) ti trovo bene.
– Anche io ti trovo bene, Pì.

Due Pì. Tu piccola, io pirla.
Parliamo del più e del meno, della mia improvvisa partenza da Roma, del tuo lavoro, della tua vita e dell’ultimo sbaglio. (Ricordi? Era il giorno del mio compleanno e finimmo a letto. Sì, certo, come potrei dimenticarlo?)

– Ascolti ancora le nostre canzoni?
– No, non più.
– Bè, anch’io…
– Hai sentito il nuovo album dei Muse?
– Qualche traccia.
– Che te ne pare?
– Penso possa piacermi.
– Va bene, aspetta.

Mi alzo e corro verso la Ricordi. Mi faccio due piani della stazione, saltando persone e rampe di scale. Entro in negozio, prendo il cd, grazie non stia a incartarlo e arrivederci, e dopo cinque minuti sono di nuovo da te.

– Chiudi gli occhi.
– Ma…
– Aprili.

Absolution.

Finisce così, dunque, con il perdono dei nostri peccati.
Ho saputo che sei convolata a nozze. Ma tu non eri quella che…?
Un sorriso.

Amore, eh?

Estate 2003.

Un caldo fottuto, infernale. A Roma, dove sto di casa, anche le tende cercano un po’ di fresco.
Mi chiami: “Si va a una festa dalle parti di Rieti. Vieni anche tu?”

Porti lo stesso nome di una donna che ho appena perso, non posso ignorarlo, hai quasi quindici anni più di me, non posso ignorare nemmeno questo, e, ogni volta che esco con te, bè, mi batte il cuore. Forte. Parecchio forte. Posso ignorare almeno questa cosa?

“Sì, dai. Passi a prendermi tu?”

Arriviamo in questo posto molto “cool”, avrebbero detto i nostri amici inglesi; si tratta di una villa con annesso giardino a terrazze, piscina, alcool, fumo, strappone e dj di turno.

“Vado a salutare un paio di amici. Mi aspetti qui?”
Certo, non ti dico io. Ti guardo. E penso che, come tutto quello che ho perso fino a oggi, perderò anche te.

Parte una canzone nuova (e sappiamo già che sarà un tormentone). Nel frattempo torni e ti metti a ballare. La tua sensualità è imbarazzante. Ti guardo, però, e ti abbraccio, ti respiro a fondo e ti dico che ti voglio bene.
Tra qualche giorno partirò, non ti dico, e non ti rivedrò mai più.

Pelle.

Possiamo evitare di usare la parola “pelle”, vero? Possiamo.

s. f.
Tessuto che riveste esternamente il corpo umano.

Sic et simpliciter.

Non c’è nulla di male, direte voi. Ci si può fermare a una definizione standard; una definizione che non ha colore, non ha odore, a volte un profumo, non ha pieghe, né rughe maliziose, o segni di una rabbia remota, o curve di un odio vitalizzante, o insenature di un mal celato male.

La pelle.
Sulla pelle si sorvola, sulla pelle si adagia il tempo, così come si adagiano gli amanti, i corpi estranei, di figli, magari, oppure di cancri che non possono più essere estirpati. Sulla pelle si scivola.

Dici pelle e senti subito un brivido. Plasmi un’idea, ch’è bianca d’inverno e brunita, o bruciata, in estate.

Posso smettere di parlare di pelle, vero? Posso.

Una dura lotta.

Un giorno, mio padre si avvicinò e, guardandomi molto serenamente, mi disse:
“Figlio mio, smetti di fumare, per favore.”

Lì per lì, rimasi un po’ sorpreso da quel modo così gentile. E, sempre lì per lì, gli risposi:
“Se me lo dici così, quasi quasi, smetto.”

Quel “quasi quasi” mi ha fregato per anni.
Ogni volta che mio padre mi chiedeva perché non smettessi di fumare (tre o quattro volte all’anno, il numero delle mie visite ai miei), io gli rispondevo: “Perché so esattamente quando smetterò di fumare.”
Pensavo a un evento speciale, a qualcosa di veramente e banalmente bello.
Del resto, anche Niccolò cantava: “Non si smette di fumare in un giorno qualunque…”
E così, nella mia testa, cercavo di associare il momento in cui avrei spento l’ultima sigaretta a un istante che non avrei mai potuto scordare.

E invece.
Il giorno è arrivato, senza essere stato annunciato, senza un motivo particolare. Come se, a ben vedere, non possa avere che “giorni qualunque”, nella mia vita.
Oh, sì, così suona un po’ triste tutta la faccenda, ma la cosa importante è che alle 23.49 del 2 aprile 2013, io abbia acceso l’ultima sigaretta. E non quell’ultima sigaretta di cosiniana memoria, ma proprio l’ultima.

Non c’è da essere fieri, né da pensare a chissà quale eroico gesto. E la lotta contro la voglia di accenderne una è davvero dura. Più dura di quanto pensassi.

C’è, tuttavia, un pensiero che mi consola: siccome è tutto inutile, il fatto di voler rendere ancora più inutile quest’ultimo gesto, beh, non mi alletta. Ergo: resisterò e un giorno, in quel giorno speciale, potrò compiere un altro gesto, forse più grandioso e meno egoista.

Quando torni.

C’è sempre la pioggia, quando torni, e le temperature sono poco clementi, come i ricordi.
Ci sono facce e occhi che ti assomigliano; camminano, oppure guidano automobili del futuro, oppure ancora corrono su strade che stanno perdendo pezzi d’asfalto, a causa del tempo.

C’è sempre una domanda, alla quale non so rispondere, quando torni. È l’unica domanda che mi tormenta da mesi, ed è forse l’unica domanda alla quale non saprò mai dare risposta. È una voce lontana a pormela, e ha una cadenza buffa, che assomiglia molto alla tua.

C’è sempre un vento freddo, quando torni, e la sensazione di non riuscire ad arrivare al binario, di non riuscire a vederti salire su quell’ultimo treno: “Grazie di essere venuto al binario, sai?”. Ci sono molti passanti, tratti che non riesco più a separare dai tuoi. E meno male.

C’è sempre un motivo, quando torni. E quel motivo non è una domanda, è una canzone.
Mi sono sempre augurato che una notte, in una notte di malessere, ti potessi svegliare con questa canzone piantata nel cervello, così come successe a me, quella puttana d’una notte.

Ci sono sempre le ultime parole, quando torni. Le parole di una donna di una bellezza disarmante. Tu. Bella e oltremodo affascinante, padrona del mondo e di mille emozioni. E chissà se prima o poi riuscirai a chiedermi se sono vivo, anziché tornare così, assieme alle crepe di ciò che fu.

Ci sono sempre ottimi motivi per sorridere, quando torni. Ma stasera li voglio mettere da parte, e pensare che no, non avrei voluto che finisse. E che finisse così. Ti dedico una lacrima. Solo una.

Ho visto qualcosa

Eccola lì. Torino. Ho lasciato la mia casa da qualche ora, e per il momento non mi manca.
L’autunno è clemente, la città è colorata, il traffico viaggia insieme alla mia musica, senza strappi e senza fretta. Lenta e calda, come la sua voce.

Appuntamento in Piazza Vittorio. Ti vedo, sgrano gli occhi, accosto. Rido e tu ridi.

Ti abbraccio, mi respiri, ti racconto, mi racconti, mi regali un libro e me ne spieghi l’importanza. L’importanza dell’immortalità.
Sembra tutto perfetto. Insieme siamo bellissimi. “Guarda come ci guardano! Ma pensa tu.” Ti rispondo con un sorriso.

“Aspetta, do un colpo di telefono ai miei. Gli dico che andrò a trovarli domani.”
“Dove sei, disgraziato?”
“Vicino, babbo, non ti preoccupare. Ci vediamo domani.”

Saliamo in auto. Giochi con le mie labbra, segui il mio profilo (e tu…) e, all’improvviso, mi baci.
È in quel momento preciso che non capisco proprio più un cazzo, e penso che tutto il mondo possa aspettare sul serio.
Ma poi ti nascondi: “Però, ecco, ci sarebbe lui, che mi sta aspettando…”
“Sa che sono qui?”
“Sì.”
“Capisco.”
E così ti bacio. Ché i baci, a volte, servono anche a quello: a far passare certi pensieri.

Struscio per il corso, aperitivo, cena, whiskey e, infine, un albergo.

“Aspetta, do un colpo di telefono a mia madre per dirle che non tornerò a casa, stasera.”
Ti spendi in un’interpretazione da attrice consumata, e poi mi prendi la mano per portarmi in camera.

Torino. La guardo con la coda dell’occhio: è ancora bellissima, piena di luci, di te, e di una passione che, di lì a poco, ci travolgerà. Sì, proprio come nei film.
Accendo una sigaretta. “Non posso dirti che ti amo. Mi dispiace. Non ce la faccio.”
“Perché?!” Ti rattristi.

Al risveglio, Torino è grigia, spenta. L’albergo sembra più un Holiday Inn, che un albergo a quattro stelle.

Prendo le mie cose e “Buona vita…”